Il mio gatto

Un enorme gatto nero con gli occhi gialli, pelo lungo e lucido, una coda maestosa, lunghi baffi. Il grosso ventre tondeggiante, e la stazza di una decina di chili, gli hanno fatto meritare il nome di Gino Baghino. Nella foto, già adulto, è con la sorella minore di un anno, dal tipico manto siamese ereditato dalla nonna. La foto risale al periodo 1983-85, si capisce dalla bicicletta dietro ai gatti, sotto il portico di casa. Comunque vuol dire che il gatto è vissuto più di 20 anni, un vero matusalemme.
Sì, “è vissuto”, perchè è appena morto. Mi consola il fatto che se ne sia andato esattamente come mi ero augurato, per lui e per me: facendo le fusa sul mio petto.
Da un paio di mesi aveva iniziato a dimagrire drasticamente, ma con le cure del mio amico veterinario aveva avuto una ripresa, tornando a mangiare una scatoletta di cibo al giorno. Ma è durata solo un paio di settimane. Ormai era da una decina di giorni che non mangiava più niente. Il veterinario mi aveva già proposto l’eutanasia, ma io gli avevo risposto che finchè non avesse sofferto, l’avrei lasciato spegnersi lentamente, sperando che il momento di soffrire non sarebbe mai arrivato.
Fino a ieri, incredibilmente, riusciva a saltare sul divano. Ma come faceva, dato che aveva le zampe ormai atrofiche? Non fosse stato il mio amato gatto, mi avrebbe fatto impressione accarezzarlo, sentendo sotto le mie mani tutte le ossa. Per fortuna aveva ancora un bel pelo folto, a mascherare l’esagerata magrezza.
Ma stamattina faticava a camminare, non rinunciando però a salutare il sole sul balcone, quando mi sono svegliato e ho aperto le finestre. Mia madre ha fatto appena in tempo a passare a vederlo per un’ultima volta, poco prima dell’una. Quando abitavamo ancora insieme, Gino andava sempre a dormire sul suo letto, e non c’era verso di lasciarlo fuori dalla stanza. Non dormiva con la sorella, che anzi malmenava quando lei insisteva troppo a pulirlo. Come ogni gatto, aveva il suo carattere particolare; gli piaceva essere spazzolato, e ancor più da quando la sorella se n’è andata, non avendo più nessuno che magari lo disturbava nel sonno, però si curava della sua igiene. Quando miagolava, dunque, se non era per chiedere cibo era per chiedere di essere spazzolato: sdraiato di fianco sul parquet, si aggrappava con le zampe anteriori a un mobile, sedia o tavolino, in modo che la spazzolata non lo facesse scivolare trascinandolo.
Dopo pranzo, mi sono seduto nella poltrona e l’ho preso in braccio. Gli ho pulito gli occhi e il naso, in modo che riuscisse a respirare meglio. Il suo respiro ormai era debole, ma faceva sempre le fusa. Non volevo lasciarlo per andare a lavorare, mi sentivo che era alla fine. Dopo quasi un’ora si è girato di scatto, emettendo un flebile rantolo, mentre la mia gamba veniva bagnata da qualche goccia della sua ultima urina. Un altro rantolo, più debole, poi si è calmato. L’ho rimesso a pancia in giù sul mio petto, e ho continuato ad accarezzarlo. Presto ha ripreso a farmi le fusa, quasi impercettibili. A un certo punto ha alzato lentamente una zampa, proprio come le persone anziane nel capezzale, che fanno il gesto di voler dare un’ultima carezza ai propri cari. É stato il suo ultimo gesto, e in breve mi sono accorto che aveva smesso di respirare.
Non ho smesso subito di accarezzarlo, poi ho preso la spazzola e gli ho dato un’ultima sistemata, allo stessa maniera che si compongono le persone defunte per la sepoltura. Ora è ancora nel suo posto preferito sul divano, acciambellato come se dormisse, con il suo bel manto nero ancora lucido, e la sua coda maestosa.
Addio Gino, resterai nei miei ricordi di adolescente e di adulto, di fidanzato e di eremita, di liceale, di universitario e di naufrago.
Miao.

Il mio gattoultima modifica: 2003-12-02T17:17:49+01:00da max.online
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9 pensieri su “Il mio gatto

  1. sempre felice di vederti sbucare dalla nebbia dell’assenza, non so tacere molto, troppe volte ho detto poco e troppe volte molto, non ho mai avuto in me il senso della strategia, il tutto fa parte dei giochi del cuore. ma imparerò un giorno…( forse) ad usare le parole e solo le parole del cuore

  2. Vissuta o frutto di fantasia, è molto bella la storia che hai con così tanta sensibiltà descritta, e tanto più mi ha toccata, in quanto mi ha riportata indietro nel tempo, quando, ancora ragazzina, morì il mio cane, una femmina di nome Lassie, quello di “Torna a casa Lassie”. Già allora mostravo una grande forza d’animo che altri in famiglia non avevano, compresi i miei genitori, e tutti, quindi, nei suoi ultimi momenti di vita nion ebbero cuore di starle vicino e si defilarono. Io non volevo che restassa sola, e così mi accoccolai vicino a lei fino a quando non mi lasciò per sempre. Piansi molto, e da allora non ho più voluto nessun altro cane, sebbene li adoro letteralmente, specie i pastori tedeschi e quello scozzesi. Grazie per avermi riportato alla mente con le tue belle parole una storia così bella, anche se così triste. Un saluto

  3. Caro Max.mi sono ritrovata nella vita a piangere per molti motivi…e più di una volta è stato per aver perduto un gatto..Fin da piccola ho adorato letteralmente questo felino..talment e tanto adorato..che il primo l’ho ucciso involontariamen to io..e ancora lo porto nella memoria…Avevo pochi anni e un giorno trovai un gattino randagio…dove vo andare da mia nonna..e per non farlo scappare lo legai con una corda…tornata a casa mia madre disse che era morto strozzato nel tentativo di liberarsi…pia nsi come non avevo..mai pianto..da allora i gatti hanno sempre trovato posto nella mia vita…Adesso che ho lasciato tutto nella mia casa dove non vivo più…compreso il gatto..qualcosa mi manca…il ronf ronf taumaturgico della vita…Ti voglio bene Max Sofia

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